lunedì 9 aprile 2012

AMERIO - IOTA UNUM - SOMATOLATRIA E PENITENZA





Ringrazio l'amico Piero Mainardi per aver riportato, in forma sintetica, importanti passaggi del libro di Romano Amerio, Iota Unum, e di avermi concesso di riportarli nel mio blog.

CAP. X SOMATOLATRIA E PENITENZA

1.1   La somatolatria moderna e la Chiesa – 

Del culto del corpo la civiltà contemporanea ne ha fatto un tratto saliente. Certamente il culto del vigore e della bellezza vi fu anche nel mondo antico. Tuttavia  ciò rappresentava solo una frazione dei valori che per esempio venivano celebrati nei ludi olimpici e venivano disistimati se presi isolatamente dal contesto in cui erano integrati.

1.2   Lo sport come perfezione della persona – 

Il principale battesimo dato dalla Chiesa al culto sono due: la prestanza corporea che si persegue negli esercizi sportivi è una condizione dell’equilibrio e della perfezione della persona. Secondo: le gare sportive richiamando moltitudini diverse per lingua, modi di vivere, costituzione politica conferiscono alla formazione di uno spirito fraterno mondiale. Come si vede in Gaudium et spes,61:”Le manifestazioni sportive giovano all’equilibrio dell’animo, nonché a stabilire relazioni fraterne tra uomini di tutte le condizioni, di tutte le nazioni anche di stirpe diversa”.
Questi due presupposti furono esposti, rifiutato o corretti da Pio XII (8 novembre 1952) il quale ricordò che le attività dell’uomo sono qualificate dal loro fine prossimo: lo sport non sta nella sfera del religioso, anche se il fine prossimo dell’esercitazione corporale è la conservazione e lo sviluppo del vigore fisico questo fine prossimo è ultimamente ordinato al fine ultimo, che è la perfezione della persona in Dio.
Lo sport è soggetto alla legge ascetica che vuole ordinato dalla ragione il tutto dell’uomo e l’uso intensivo del vigore fisico non può essere il fine dello sport: se si emancipa dall’austerità, cioè dal dominio dello spirito sulle membra. Lo sport disfrena agli istinti, sia con la forza violenta, sia con le seduzioni della sessualità.
L’esaltazione dello sport  si inquadra nell’ERESIA PER IL DINAMISMO MODERNO PER IL QUALE L’AZIONE VALE DI PER SE’ STESSA INDIPENDENTEMENTE DALL’OGGETTO E DAL FINE.

1.3   Sport come incentivo di fraternità – 

Quanto lo sport si incentivo di fraternità basta ricordare la politicizzazione nei giochi olimpici o i tragici fatti di Monaco ’72, le frodi e la violenza. Eppure lo stesso Osservatore Romano iperbolicamente arrivò ad esprimersi così: ”lo sport beneficia del mistero pasquale e diventa strumento di elevazione”. Siccome non c’è nella Rivelazione nessunissimo possibile riferimento a una attività sportiva di Cristo, si tenta almeno, con un’operazione confusionale  e circiterizzante, di tirare lo sport nel mistero pasquale.

1.4   Spirito penitenziale e mondo moderno. Riduzione di astinenze e digiuni – 

Avanzando la somatolatria conseguentemente arretra il principio penitenziale e l’esigenza ascetica propri della religione cattolica.
La disciplina penitenziale fu ritoccata del 1966 riducendo l’astinenza dalle carni al solo venerdì ai soli venerdì di quaresima e nel 1973 il digiuno eucaristico per successive diminuzioni scemò almeno per gli infermi almeno fino a un quarto d’ora prima di ricevere il sacramento.  Oggi anche l’astinenza del venerdì è praticamente abolita mentre un tempo il digiuno era universalmente praticato e persino fissato nelle leggi civili, oggetto di negoziazione tra governi e Santa Sede.
Questo rilassamento produsse più effetti. Uno di ordine linguistico e lessicale. Fu mutato il significato al vocabolo digiuno che dall’indicare privazione di cibo per un considerevole lasso di tempo significò non mangiare sia pure per soli pochi minuti. Così nella nuova condizione si può essere digiuni e satolli.
Il secondo effetti fu di falsificare la liturgia, cioè di togliere verità alle formule del rito. Il motivo dominante del tempo di Quaresima era il digiuno corporale e nel prefatio si invocava:”Deus qui corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutem largiris et praemia” (O Dio, che mediante il corporale digiuno reprimi i vizi, elevi al mente, doni la virtù e i premi). Mentre il prefazio del Novus ordo in luogo del corporale digiuno conosce soltanto il digiuno quaresimale.
Il digiuno ha nella religione cattolica un fondamento prettamente dogmatico: è una applicazione speciale del dovere di della mortificazione. E questo a sua volta discende dal dogma del peccato originale. Soltanto se la natura non è guasta e concupiscente i sui impulsi si sono assecondabili.
Ma tutti i teologi hanno sempre assegnato al digiuno questo motivo: l’uomo corrotto deve essere mortificato affinché possa essere vivificato come una nuova creatura. A differenza dei filosofi d’oriente che si mortificano perché il corpo non sia d’impaccio alla mente, nel cattolicesimo le opere penitenziali esprimono principalmente il dolore per la colpa. La penitenza esteriore è necessaria alla penitenza interiore.
Quando Cristo discute sul “facere iustitiam” esemplifica le opere di giustizia in tre sole: elemosina, orazione e digiuno cioè, come spiega s. Agostino la benevolenza e la beneficienza universale, l’aspirazione a Dio in universale  e la repressione della concupiscenza in universale.
Il digiuno non è solo un perfezionamento della virtù naturale di sobrietà, conosciuta anche dai pagani, ma è un fatto proprio della religione cristiana, al quale, avendo reso l’uomo consapevole dei suoi mali profondi ha pure proporzionato ad essi i rimedi.

1.5   La nuova disciplina penitenziale – 

La riforma della disciplina penitenziale sembra mutare l’essenza della restrizione togliendole il carattere di afflizione della carne per lasciarle un carattere di regolarità morale. La penitenza è invece non un astenersi dal vitto, ma tagliare nel regime ordinario della sobrietà in vista di un duplice scopo: rafforzare le deficienze morali della mente che deve sostenere il combattimento contro la legge delle membra ed espiare per le proprie colpe. Si può aggiungere anche che le opere penitenziali del cristiano sono un’imitazione e una partecipazione all’opera penitenziale sostenuta da Cristo innocente per il genere umano peccatore.
Tale riforma della prassi penitenziale non andò disgiunta dall’opera di denigrazione della Chiesa storica.
Le pratiche cattoliche dell’astinenza, celebrate da tutti i Padri della Chiesa con opere speciali, seguite con unanime ossequio per secoli furono nei tempi moderni argomento di derisione da parte di scrittori superficiali e irreligiosi incapaci di staccare il principio dalla contingenza o dalle contraffazioni umane. Il ridicolo che si mosse contro il precetto della Chiesa circa i cibi ha la sua causa nella GENERALE AVVERSIONE DEL MONDO ALLA MORTIFICAZIONE DEL SENSO  e trova poi un pretesto nel modo in cui possono essere state eseguite queste prescrizioni.
Ma il fatto notabile del presente stato della Chiesa è che tale spirito di superficialità, che disistima la mortificazione del senso e la ridicolizza, si è comunicato anche al clero che del precetto ha perduto il sapore e la sapienza. 

1.6   Eziologia della riforma penitenziale –

La riforma ebbe due motivi: uno antropologico e pseduospiritualistico e l’altro libertario.
Il motivo antropologico è una viziosa concezione della reciprocità di anima  e corpo. Si misconosce il sìnolo dei due elementi metafisici che integrano l’uomo credendosi che i fatti del corpo non esprimano i fatti dell’anima. Si ignora che questi ultimi non sono autentici e se rimangono inespressi e senza riverbero nell’esperienza sensibile.
Certo, è possibile obbedire adempiere una norma che mira alla mortificazione della volontà, inclinata al senso, senza mortificare la volontà inclinata al senso, cioè obbedire materialmente al precetto senza  adottarne il fine. E’ ovvio che le opere di giustizia si possono fare senza avere la virtù della giustizia, le opere di castità senza avere la castità e le opere dell’amore senza avere l’amore. Tutto si può fare sul teatro della virtù con la maschera della virtù.
Eppure l’adempimento morale della Legge, per quel principio antropologico della solidarietà di tutte le parti del composto umano produce un qualche effetto preterintenzionale: nel corpo macerato gli impulsi restano fiacchi e la loro opposizione alla legge dello spirito appare meno violenta.
Dunque la tendenza dei neoterici è erronea, certo il digiuno del corpo deve essere  accompagnato dalla compunzione del cuore ed è fatto essenzialmente per provocarla, ma anche disgiunto da essa riesce a produrre un effetto non disprezzabile.
Dai documenti in materia dei novatori sembra addirittura che l’osservanza del digiuno corporale implicasse la disistima del corpo e quasi impedisse l’esercizio di una vera penitenza.
La sola penitenza spirituale , oltre che a dimidiare l’uomo, è anche impossibile perché non si possono amputare i desideri della superbia senza umiliarsi esteriormente, né i desideri del senso senza reprimere gli atti eliciti (atto volontario prodotto quasi in modo incontrollabile) ed esteriori del senso. Cristo stesso che condannò il digiunare in facie (cioè ostentativo, ipocrita) non lo condannò come esteriorità della mortificazione ma come ostensione superba e come rispetto umano.
Ed è tanto lontano dal condannare anche l’osservanza dei minimi precetti quando si esprime con: “haec oportuit facere et illa non omittere” (Mt. 23,23) pareggiando l’esteriore all’interiore. Questo pareggiamento non è fondato sull’uguaglianza tra interiore ed esteriore tra astinenza dai cibi e astinenza dal peccato, ma è mezzo la prima alla seconda. E’ fondata sul principio dell’obbedienza che la riforma della disciplina penitenziale ha snervato sostituendo ai lunghi periodi digiunali con due soli giorni e abbandonando il dovere morale  e religioso della mortificazione alla libertà dei fedeli, supposta illuminata e matura.
Quando Paolo VI indisse nell’ottobre del ’71 una domenica di preghiera e di digiuno molti vescovi celebrandola non parlarono del digiuno, essendo tutto rimesso all’interiorità.
Su “Amica” il teologo Pisoni interrogato sul precetto ecclesiastico dell’astinenza rispondeva (1964):”Si tratta semplicemente di un precetto che trae la sua giustificazione e il suo valore morale dalla libera volontà di chi vuole osservarlo nello spirito, perché nella lettera è tanto facile eluderlo”. Mentre l’atto dell’uomo ha valore in base alla conformità al precetto, qui un sacerdote al contrario fa derivare il valore del precetto dall’atto libero dell’uomo che sceglie di adempierlo. E’ un duplice sofisma: primo che la volontà rifiuti ogni eteronomia; secondo che il fedele, che è membro del corpo collettivo e mistico del Cristo si dissoci e si smembri per erigersi a individuo che è legge a se stesso.

1.7   Penitenza e obbedienza – 

Il rilassamento della pratica ascetica è avvenuto sul supposto di una più matura coscienza ascetica dei fedeli e con l’intento di spiritualizzare ed affinare la mortificazione. Così la chiesa minorando le privazioni corporali a vantaggio delle umiliazioni interiori ha fatto sì che si sia dileguato ogni digiuno ordinario dalla vita del popolo cristiano.
E nello scemamento del precetto fu trascurato il valore dell’obbedienza. Il Bollettino della Diocesi di Milano nel 1967 commentava: “La penitenza è stata resa libera e quindi più meritoria”. In questa nuova dottrina vanno perduti tre valori: primo, quello del fare obbedienza alla Chiesa nel modo da esso prescritta; secondo quello che viene dal fare l’atto penitenziale non solo individualmente ma anche ecclesialmente; terzo, il merito che viene dall’abdicare alla volontà circa il modo della penitenza.
La convertibilità dell’astinenza in opere di misericordia con pregiudizio del concetto di penitenza quaresimale è stato fissato in istituzioni come quella del Sacrificio quaresimale che è un oblazione in denaro fatta equipollente alla corporale mortificazione. Ma in una società cristiana in gran parte ricca tale rinunzia è di scarso valore senza dire che è sempre più penoso tagliare nel corpo che non nei beni.
La confusione di penitenziale e non penitenziale è professata esplicitamente nel documento del 1966:” Può essere pena penitenziale l’astenersi da cibi particolarmente desiderati; un atto di carità spirituale o corporale; la lettura di un brano di Sacra Scrittura; rinuncia a uno spettacolo o divertimento e altri atti di mortificazione”. La lettura non è un atto di mortificazione e le opere di carità nemmeno. Perduto il concetto di penitenza tutto diventa penitenza.

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